Confronto sulle proposte di riforma del processo penale: la cronaca dell’evento e la rassegna stampa

Una giornata di orgoglio per la Camera Penale di Roma che ha promosso il confronto tra magistrati e avvocati penalisti sulle proposte di riforma del processo in discussione in Parlamento.

Un confronto tra il presidente di ANM Minisci e dell’Ucpi Caiazza, un dibattito con i vertici delle correnti della magistratura: Racanelli, Albamonte, De Vito. In un’aula gremita del tribunale, dove ogni giorno si celebrano i processi. Con gli addetti ai lavori, e molti giovani avvocati. La Camera Penale di Roma che con l’orgoglio e l’autorevolezza che merita ospita una iniziativa straordinaria nel giorno del settantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. È una casualità la scelta della data ha detto il Presidente della CPR Placanica all’apertura dei lavori, ma il contenuto dei principi della carta non è mai stato tanto attuale. 

 

 

Francesco Minisci invita tutti ad un confronto che trovi avvio dai punti che  uniscono avvocati e magistrati. L’obiettivo è sottoporre proposte sistemiche che siano utili “perché le cose come stanno non vanno bene” e bisogna rendere efficiente il sistema per garantire i diritti del singolo cittadino e della collettività nel suo insieme. Un percorso condiviso deve parlare del processo nel suo insieme, ancorato a due principi altrettanto condivisi: giusto processo e garanzie. Bisogna tralasciare slogan affascinanti ma che non tutelano i diritti. Un processo lungo non è un giusto processo. È necessario trovare soluzioni per snellire le procedure cercando il giusto equilibrio tra le varie esigenze. L’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado può essere uno strumento per evitare che il lavoro dei tribunali sia inutile ma questa riforma deve essere inserita in un contesto più ampio.  Se interveniamo solo sulla prescrizione rischiamo di peggiorare. In appello abbiamo 60 mila  processi in attesa di essere fissati. Altro tema da rivendicare è la sicurezza negli uffici giudiziari: abbiamo bisogno di tribunali in cui non cadano i soffitti o gli ascensori. Dobbiamo pretendere che i magistrati si formino sin da giovani alla cultura della giurisdizione, quindi che il concorso in magistratura si trasformi in un concorso di primo livello per consentire di evitare che diventino magistrati solo i ricchi. Sulla legittima difesa siamo contrari perché abbiamo già nella situazione attuale una disciplina sufficiente e idonea. 

Interviene poi Gian Domenico Caiazza: un confronto si misura partendo dalle differenze perché è sulle distanze che bisogna ragionare al pari della ricerca di temi comuni sui quali dobbiamo essere più determinati. Sulla prescrizione è superfluo ritornare per sottolineare la natura populista e demagogica del progetto. Abbiamo scritto una lettera ai senatori per rivendicare l’assoluta infondatezza giuridica della norma e gli effetti negativi nei processi che produrrebbe. Ma il problema è che gli argomenti giuridici non interessano ai parlamentari. Discutere sulla prescrizione dei reati contravvenzionali sarebbe stato un argomento da affrontare. Noi rivendichiamo il tema della illegittimità della prescrizione partendo dalla abnormità delle modalità di intervento legislativo. A questo punto il Parlamento decide di intervenire sulla prescrizione e contemporaneamente apre la discussione sulla riforma del codice. È stata una soluzione politica e su questo punto dobbiamo farci ascoltare insieme. Noi avvocati abbiamo esigenza di fare i processi in tempi ragionevoli. Le proposte di ANM non parlano della durata. Due esempi:  il tema del recupero degli atti e identità del giudice, questione della modifica del collegio. Non è un tema che incide sul numero dei processi. Sul punto va fatta una riflessione partendo dai dati statistici acquisiti. Su 13 mila procedimenti monitorati il tema si è posto solo in 133 processi e in questi nel 55,7 % dei casi presta il consenso. Quindi i casi di mancato consenso alla rinnovazione dell’istruttoria mediante lettura si riducono a un numero esiguo, una percentuale minima. Non possiamo mettere in discussione il principio che ogni imputato debba essere giudicato dallo stesso giudice che forma la prova. 

Altro tema le impugnazioni: il 60% delle prescrizioni matura nelle indagini, il 18% prima della sentenza di primo grado; allora perché dobbiamo intervenire sulle impugnazioni parlando della ragionevole durata del processo? Perché nel documento ANM manca l’argomento dei riti alternativi e dell’udienza preliminare? Dobbiamo ampliare i riti alternativi e modificare l’udienza preliminare che ora è inutile. 

Luca Marafioti è il coordinatore del gruppo di lavoro della camera penale che insieme ad altri soci stanno preparando il contributo alla proposta di riforma del processo. Interviene per illustrare le linee guida delle nostre proposte che saranno diffuse tra qualche giorno. Parte dalla critica al documento ANM, che in sostanza propone di introdurre un modello di processo non condivisibile. Si prefigura un rafforzamento dell’istruzione sommaria, così come al punto sette della proposta di riforma ANM si propone l’istituto del fermo come anticipatorio  di una misura cautelare. È assolutamente necessario  – invece – ripensare ai riti alternativi e all’udienza preliminare. È irricevibile ogni proposta contraria alla tutela delle garanzie. 

Antonello Racanelli è il segretario generale della corrente di Magistratura Indipendente e condivide l’introduzione dell’avvocato in costituzione come proposto dal CNF, a condizione di non usare il principio come grimaldello per ottenere la separazione delle carriere. Non vede  derive autoritarie nelle decisioni del Governo ma solo scelte politiche su cui discutere. Il nostro faro è la costituzione, ANM ha proposto un documento in linea con la costituzione. Siamo d’accordo che la modifica della prescrizione non serve a nulla se non integrata con una riforma del processo penale. In un anno non si potrà modificare nulla e bisogna ottenere il rinvio dell’entrata in vigore della riforma della prescrizione solo all’esito di una riforma complessiva. Non servono riforme a costo zero ma bisogna investire risorse maggiori nella giustizia. È favorevole alla abolizione del divieto di reformatio in peius e alla rinnovazione dell’istruttoria mediante lettura. Si può discutere sulla riforma dell’udienza preliminare oggi inutile, è favorevole anche alla riforma della  legittima difesa. Si può  pensare a regolamentare il trasferimento dei magistrati solo dopo che hanno finito il processo ma non si può costringere un magistrato  ad aspettare anni per questo. 

Eugenio Albamonte premettendo che non disturbare il manovratore anche quando fa qualcosa che non corrisponde alla parrocchia ma comunque da un calcio negli stinchi alla controparte è un atteggiamento sbagliato e pericoloso. Non si deve polarizzare il dibattito tra garantisti e giustizialisti. Ci sono tante posizioni intermedie. È necessario un Confronto sulle proposte ANM partendo da alcuni punti che per la magistratura sono centrali. Non per imporre la soluzione ma per focalizzare l’attenzione sui punti. Non crede  che l’abolizione del divieto di reformatio sia condivisibile, ma pensa che l’appello debba essere modificato perché non funziona. Il problema è che non tutto può andare in appello, dobbiamo cominciare a pensare a regolamentare ipotesi di reati non appellabili. Anche una regolamentazione per la rinnovazione mediante lettura in caso di cambio del magistrato. Bisogna ragionare in base alla complessità del processo. Modificare i riti alternativi e aumentare la disponibilità del Fondo unico sulla giustizia che oggi è amministrato dal tesoro. La riforma della prescrizione sganciata da tutto non funziona e dobbiamo proporre di ritirare l’emendamento e inserirlo nel tavolo di discussione per evitare di spostare il problema tra un anno. Se passa la norma così l’effetto è deresponsabilizzare la classe politica dal funzionamento della giustizia. Nel senso che la politica rivendica di aver agito, poi se il processo non funzionerà sarà colpa dei magistrati e degli avvocati.

Riccardo Olivo, autorevole avvocato della Camera Penale di Roma – esprime il giudizio critico sul documento ANM partendo dalla premessa. Stiamo vivendo un periodo terribile di giustizialismo incolto privo di basi ideologiche di riferimento. Nel documento ANM emerge un deciso squilibrio a favore del tema dell’efficienza del processo rispetto alla tutela delle garanzie ie e dei diritti. E anche una critica sugli obiettivi. La critica di metodo è quella della scelta di intervenire per un obiettivo dell’efficienza senza nessuna visione sistematica. È impossibile spaziare su campi così diversi e sostanzialmente dire che si vuole andare a superare formalismi. Il richiamo ai formalismi fa paura perché parlare di formalismi oggi per obiettivi da raggiungere tradisce la sostanza del processo che si caratterizza per forme di garanzia nei confronti di un accusato. Il documento è stato indirizzato alla politica e a questo ambiente l’evocazione di formalismi evoca i “cavilli” che vengono definiti dalla stampa il lavoro dell’avvocato. Inoltre è censurabile la fretta di anticipare situazioni e condizioni che sono tutte da verificare. È stata da poco approvata la riforma sulla prescrizione con la legge Orlando che ha ampliato i termini di maturazione dell’istituto. Non sfugge all’Anm che questa modifica non ha sortito effetti o almeno effetti non verificabili. Che fretta c’è in questa fase intermedia di introdurre l’interruzione definitiva della prescrizione ? E poi erroneamente si vuole interrompere la prescrizione con la conclusione delle indagini preliminari, confondendo la finalità di un istituto posto a garanzia di conoscenza degli atti da parte dell’accusato. Anche la notificazione al difensore è un punto che stravolge la funzione dell’avvocato. La rinnovazione dell’istruttoria è una modifica inaccettabile. Importante prevedere una depenalizzazione approfittando del principio di ne bis in idem applicando le sanzioni amministrative o delle Autority.

Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura Democratica non è riuscito a intervenire ma ha inviato un testo: Impegni indifferibili mi hanno impedito di essere presente. Occasioni come quella di oggi servono a muovere i primi passi di quel confronto che, a nostro avviso, deve costituire il fulcro della proposta dell’Associazione Nazionale Magistrati: gli Stati generali del processo penale.

Come dirigenza di Magistratura democratica – in un dibattito aperto a conclusioni anche al nostro interno – abbiamo espresso alcune posizioni chiare.

Sappiamo bene che prescrizione del reato e diritto a un processo in tempi ragionevoli operano su piani diversi. Sappiamo altrettanto bene che la prescrizione del reato non può essere usata come farmaco per curare i tempi eccessivamente lunghi – e di per sé penalizzanti – del processo. Sarebbe un farmaco in grado di mantenere tutta l’ambiguità del termine greco: cura, ma anche veleno. 

Come ha scritto Glauco Giostra, medicina, ma anche agente patogeno, impedendo quella risposta di giustizia necessaria per le persone coinvolte nel processo e per la convivenza civile.

Tuttavia, accontentarsi oggi di una soluzione che interrompa definitivamente il corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado senza soluzioni che garantiscano tempi celeri al processo, significherebbe – lo ha spiegato bene il presidente Minisci non sede di audizione parlamentare – produrre un ‘collo di bottiglia’ tale da allungare i tempi dei processi, anziché accorciarli.

Non si sanerebbe il problema del tempo del processo – e nemmeno il problema delle prescrizioni maturate in sede di indagine o prima della sentenza di primo grado, come insegna la vicenda Eternit -, ma si lascerebbe esposta la persona imputata a tempi del processo ancora più lunghi, con rischio di sanzionare a  enorme distanza di tempo una persona diversa da quella che ha commesso il fatto e di sacrificare il principio di non colpevolezza come regola di trattamento.

Pensare che, attraverso questa soluzione isolata, si riesca a trovare la chiave per governare il processo penale e ridurne i tempi, significa dare per scontato un presupposto non veritiero e culturalmente non accettabile: quello in base al quale la classe forense impugna per lucrare la prescrizione.

Chi frequenta le aule sa che non è così.

Da queste premesse, vorremmo che si arrivasse davvero a un confronto in grado di squadernare nuove visioni del processo e, ancora prima, del diritto penale.

Se si vuole introdurre nel nostro Paese l’esperienza tedesca, bisogna avere il coraggio e la franchezza di dirsi che quel sistema funziona perché le fattispecie perseguibili sono poche e i tempi di un processo di grado sono brevi (quattro mesi).

Funzionerebbe la sola regola dell’interruzione della prescrizione in Paese dove alcuni studiosi sono arrivati a contare oltre 30.000 ipotesi di reato?

E allora occorre non perdere terreno – almeno a livello culturale, in attesa di tempi migliori – su partite decisive come la depenalizzazione sul piano sostanziale (la riserva di codice, di un nuovo codice, è utopia?) e come la prescrizione processuale sul piano processualistico.

Occorre poi immaginare un processo accusatorio utile ed efficace per i casi gravi, favorendo al massimo i riti alternativi.

Sono queste solo alcune delle soluzioni che consentirebbero di non sacrificare il rito accusatorio sull’altare di una ‘giustizia a portata di mano’.

E di evitare alcuni soluzioni che a noi paiono più problematiche che benefiche: l’aumento delle letture, la reformatio in peius, l’appello incidentale. Sono soluzioni che rischiano di eliminare – insieme alle deformazioni dell’oralità e dell’accusatorio, che tutti noi avversiamo – anche la sostanza di un metodo, lasciando sul campo l’ennesimo ‘processo speciale’.

Siamo in una fase storica e politica in cui ogni soluzione tampone, a nostro avviso, è nemica sia del meglio sia del bene.

La cultura della giurisdizione e il rispetto dell’autonomia del giudiziario che promanano da questa maggioranza politica sono testimoniati da vicende come la Diciotti è come, di recente, il dialogo Spataro/Salvini.

Solo il confronto tra di noi è in grado di arrestare derive e preparare tempi di riforma

Le conclusioni sono di Minisci e Caiazza.

Secondo Minisci: i 14 punti sono una elaborazione condivisa tra i magistrati e le  proposte non vanno viste in maniera parcellizzata. Sono proposte che vengono dal confronto con la base. Esprime condivisione sulla necessità di rafforzare i riti alternativi e l’udienza preliminare. Si cominci a parlare di depenalizzazione visto che siamo tutti d’accordo. Non esistono riforme a costo zero, quindi aumentiamo le risorse: personale amministrativo mancano 9000 unità in cancelleria. Facciamo concorsi in maniera sistematica, ci sono 1860 giovani laureati con la graduatoria bloccata. È opportuno procedere con una Redistribuzione delle piante organiche dei magistrati. Gli avvocati come i magistrati applicano la legge. 

Concludendo Caiazza ribadisce che il confronto vuol dire conquistare dei tratti di percorso comune, oggi abbiamo condiviso che bisogna mettere mano ai riti alternativi e all’udienza preliminare per migliorare i tempi del processo. La proposta di depenalizzazione è condivisa così come le risorse economiche per la giustizia. L’idea dello stralcio della riforma della prescrizione per portarlo nel tavolo di discussione sulla riforma generale del processo  è forse una strategia che condivisa può essere più che proficua.

 

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